Di Sergio Marchionne si è detto tutto ed il contrario di tutto, soprattutto dopo la sua scomparsa. Con il suo aspetto poco aggressivo rispetto al ruolo ricoperto, dava l’idea più di un contabile  che di un grande manager.

Aveva conservato la semplicità delle sue origini ma con una mente aperta al mondo.

In realtà, le diverse tipologie di studi fatte e le precoci esperienze lavorative (a soli 16 anni aveva lavorato come impiegato in banca!) sono state i suoi strumenti illuminati nell’affrontare i diversi percorsi.

Non a tutti piaceva, soprattutto a chi non accettava il suo andare oltre gli schemi e le strade già tracciate (la Fiat esce da Confindustria perché Marchionne non ne accettava i diktat), in particolare a tutti gli operai che con il suo avvento temevano la riduzione dei posti di lavoro e delle garanzie sindacali.

Marchionne è stato grande negoziatore e a Torino lo dimostra subito ridiscutendo con le banche il prestito da 3 miliardi e l’accordo con General Motors. Ma è stato anche un duro. Sul fronte sindacale portò avanti la battaglia contro la rigidità del contratto nazionale e si scontrò con la Fiom!

Nato a Chieti il 17 giugno del 1952, figlio di un maresciallo dei Carbinieri, si trasferì con la famiglia appena adolescente in Canada dove consegui’ ben tre lauree in Filosofia, Economia, Giurisprudenza e master in Business Administration. Con  domicilio in Svizzera,  Marchionne, l’uomo dal maglioncino nero, ha vissuto gli ultimi anni tra Torino e Detroit.

Un manager al centro anche delle relazioni politiche mondiali, da Obama (che lo ha appoggiato per l’acquisizione della Chrysler)  a Trump,e che in Italia ha respinto l’invito di Silvio Berlusconi a candidarsi con il centrodestra.

 

A Torino Marchionne era arrivato grazie a  Umberto Agnelli, che lo aveva conosciuto in Sgs ( una società svizzera operante nei servizi di ispezione e certificazione delle aziende con ben 55.000 dipendenti) e lo aveva voluto nel consiglio di amministrazione.

Il primo giugno 2004, pochi giorni dopo la morte di Umberto, è l’uomo scelto per guidare la rinascita, con Luca di Montezemolo presidente e John Elkann vicepresidente.

Aldilà del giudizio che ciascuno può avere sul ruolo svolto da Sergio Marchionne, a volte positivo altre negativo per altri aspetti ( da molti veniva definito come un poliziotto ambivalente, con un lato buono ed uno cattivo) quando è arrivato in Fiat, la piu’ grande industria italiana era sull’orlo del fallimento. Pochi anni dopo, non solo aveva recuperato il deficit ma aveva fatto un’operazione finanziaria che solo un manager audace e lungimirante come lui avrebbe potuto fare, parlo naturalmente della fusione con la Chrysler per poi fondare l’attuale F.C.A..

Credo che il suo coraggio verrà riconosciuto più in là negli anni, intanto voglio ricordarlo con uno stralcio del suo discorso durante l’assegnazione della laurea  Honoris causa in Ingegneria gestionale presso il Politecnico di Torino:

“Per leader giusti intendo persone che hanno il coraggio di sfidare l’ovvio, di seguire strade mai battute, di rompere schemi e vecchie abitudini che sono visibili alla concorrenza, di andare oltre a quello che si è già visto. Uomini e donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità e di rispetto per gli altri. Sono persone che agiscono con rapidità ma hanno la capacità di ascoltare. Sono affidabili, nel senso che mantengono sempre le promesse e non fanno promesse che non sono in grado di mantenere. E soprattutto hanno la visione del loro agire in un contesto sociale”.

Chiudo con questa frase sull’Italia, amata da tutti nel mondo tranne (spesso) dagli italiani.

L’Italia è un paese che deve imparare a volersi bene, deve riconquistare un senso di nazione“.

GRAZIE SERGIO!

“Una società che non riconosce i Maestri cannibalizza la cultura.”