Un caro amico mi ha segnalato qualche giorno fa, l’articolo scritto dall’antropologo e psicologo Umberto Galimberti sull’evoluzione dei giovani nella attuale società italiana:
https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_13/a-18-anni-via-casa-ci-vuoleun-servizio-civile-12-mesi-5e8e05f0-d65b-11e9-8d78-c16bbb32544a.shtm.
Consiglio a tutti di leggerlo, perchè offre una rappresentazione cinica e per certi versi reale di quella che è stato il ruolo della generazione dei nostri genitori, della nostra e di quella dei nostri figli.

Il quadro che delinea Galimberti è davvero devastante:  
la generazione del dopoguerra (quella dei nostri genitori) è quella che ha costruito l’attuale status economico, la nostra generazione è quella che la sostiene da semplice “operaio” e la nuova generazione è quella che passivamente senza alcun contributo ne beneficia;questa la sintesi (a mio parere).
 
Di questa rappresentazione condivido, però, solo alcuni passaggi:  
1)      La generazione del dopoguerra è stata quella più “affamata” (in tutti i sensi) e per questo mossa da ogni genere di bisogno (da quelli materiali a quelli psicologici). Sicuramente questo ha dato alle persone della generazione dei ns genitori e nonni una marcia in più nel costruire una stabilità economica anche con grandi sacrifici.
 
2)      La generazione dei 50enni che definisce composta da  “funzionari di apparato” cioè di esecutori e spettatori ma non fautori di cambiamento, è in parte costituita da persone così.
Siamo sicuramente imbrigliati in una politica che non ci rispecchia e nella quale non ci riconosciamo (poltronistica, aggrappata ai poteri e a tutti i suoi benefici) priva del vero senso  del “Bene Comune” che dovrebbe e deve avere chiunque ricopra una carica pubblica.
Questo non consente alle attuali società di evolvere positivamente verso cambiamenti positivi sia nazionali che mondiali (dalla corretta ed etica gestione del denaro pubblico, alle decisioni internazionali a tutela dell’ambiente per preservare il nostro mondo dalle catastrofi provocate dall’inquinamento).
Da questo punto di vista, Galimberti ha sicuramente ragione. E’ davvero difficile immaginare di poter modificare l’attuale quadro della politica nazionale ed internazionale, se non con sovvertimenti radicali che però portano con sè altrettanti rischi, come per esempio le dittature.
Come genitore condivido pienamente il pensiero che si possa e si debba delegare ai propri figli delle responsabilità, perché comprendano che possono modificare la propria esistenza ma anche quella degli altri dando il proprio contributo positivo alla società.
Come?
Sicuramente indicando loro la strada sin dai primi anni di scuola: bisogna impegnarsi per ottenere risultati e se ci si impegna i risultati arrivano. Responsabilizzarli vuol dire soprattutto insegnar loro a camminare con le proprie gambe e ovviamente, questo non accade se i genitori vogliono sempre avere voce in capitolo nelle loro scelte ( anche gli errori sono preziosi per crescere!) prima nella scuola ( genitori che contestano agli insegnanti  i voti bassi degli figli …!) e poi nella vita (anche le piccole esperienze lavorative fatte durante gli studi fanno comprendere il valore del denaro che invece viene elargito spesso troppo facilmente).
Con la maggiore età se i figli hanno la possibilità di fare esperienze di studi o lavorative lontano dai genitori, ben venga! Ma anche qui, con il loro impegno personale o con profitto negli studi(non fuori corso a 30 anni…) o con un proprio lavoro.
 
3)      Condivido anche l’idea che il mondo virtuale “inquini” profondamente la vita dei nostri figli (a volte anche la nostra!) ma dissento completamente dalla generalizzazione che tutti i giovani siano rapiti da ciò, dal bere e dalle droghe.
E’ vero, sono più di quanto immaginiamo, spesso anche quelli che definiremmo tranquilli a volte amano “stordirsi” con l’alcool forse, come dice Galimberti, perché “Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia”.
Qui chiamo in causa il ruolo del genitore: quanto siamo stati presenti nel cammino dei nostri figli?
Quale esempio, con le nostre azioni, abbiamo dato loro? In un mondo sempre più individualista dobbiamo insegnare ai nostri figli ad avere uno scopo, appunto, ma soprattutto ad avere una visione comune.
Non credo che sia tutto così disastroso perché vedo tanti giovani vivere in modo sano la propria vita e non essere isole deserte tra la gente, giovani che guardano al mondo e vanno per il mondo fiduciosi che ogni angolo della terra possa essere per loro e per tutti la propria “casa”.
Sono talmente desiderosi di realizzare i propri sogni ed obiettivi che non esitano ad andare all’estero nella speranza che lì, forse, il loro talento e la loro preparazione saranno gratificati.
Perciò, mi sento di dire che bisogna sicuramente incitare i nostri figli a “volare” lontano dal “nido” sapendo che per loro la famiglia sarà sempre un porto sicuro.